Questo volume, che nasce come tesi di dottorato, si configura come la prima monografia filosofica italiana su Denis de Rougemont (1906-1985). L’obiettivo dichiarato è quello di colmare un gap. Precondizione necessaria, dunque, è quella di...
moreQuesto volume, che nasce come tesi di dottorato, si configura come la prima monografia filosofica italiana su Denis de Rougemont (1906-1985). L’obiettivo dichiarato è quello di colmare un gap. Precondizione necessaria, dunque, è quella di evidenziare che un gap effettivamente c’è: un concavo giustifica un convesso che lo colmi.
Il primo capitolo, in quest’ottica, è volto ad affermare l’importanza della figura e dell’opera di Denis de Rougemont, filosofo svizzero-francese che in Italia è conosciuto quasi esclusivamente come autore di un’opera fondamentale sul fenomeno erotico, L’Amour et l’Occident (1939). Può stupire, perciò, imbattersi in una sua statua nei Palazzi europei di Strasburgo: egli è ivi celebrato come uno dei Padri fondatori dell’Unione Europea. In effetti, ad un’analisi appena più approfondita, si scopre che Rougemont fu relatore della Commissione culturale del Congresso dell’Aia nel 1948, e addirittura presidente della prima Tavola Rotonda del Consiglio d’Europa, nel 1952. Più arduo è stabilire un possibile comune denominatore tra questi due orientamenti del suo pensiero, l’erotico e il politico. Damiano Bondi lo trova nella filosofia della persona, fondamento saldo e perenne di tutta la successiva costruzione teoretica del filosofo di Neuchâtel.
Il secondo capitolo della tesi, perciò, colloca Denis de Rougemont in quel complesso labirinto di correnti e ascendenze che fu il movimento personalista francese tra le due guerre. Ne emerge una figura centrale per comprendere la portata storica del personalismo: accanto ai più noti Mounier e Maritain, legati alla rivista Esprit, Rougemont cercò di fungere da mediatore tra le diverse anime del movimento e al contempo di cercare una propria “via” preferenziale. È tenendo conto di queste due tendenze che vanno interpretate le collaborazioni rougemontiane a diverse riviste del tempo (soprattutto L’Ordre Nouveau, ma anche la stessa Esprit e Hic et Nunc, di cui Rougemont era fondatore), e la pubblicazione di due tra le opere principali sui fondamenti filosofici del personalismo tout-court, ovvero Politique de la Personne (1934) e Penser avec les mains (1936).
Il terzo capitolo si concentra invece sul proprium del pensiero di Rougemont, cercando di individuare una “coerenza interna” tra i suoi scritti apparentemente disarmonici. Il percorso si sviluppa a partire dalla concezione rougemontiana della persona come realtà dialettica, tesa tra la datità individuale e la vocazione trascendente, che ne determina il collocamento nella società in senso “comunionale”: ogni persona è portatrice di un compito che essa sola può svolgere nella comunità, perciò si richiede che la politica ponga l’esercizio della libertà del singolo come bene primario rispetto alla pubblica utilità. Da ciò discende, in Rougemont, da una parte la critica ai collettivismi totalitari a lui contemporanei, come anche all’individualismo atomizzante quale si veniva a prefigurare nell’Europa occidentale sulla scia del modello americano, dall’altra l’individuazione del federalismo come quel sistema politico capace di coniugare in un equilibrio pur sempre precario le due esigenze dell’autonomia e dell’unione. La causa europeista, così, si sposa con quella federalista, in una visione riformatrice per cui si sarebbe imposto il superamento dello Stato-Nazione – nato per la guerra e caduto con essa, troppo grande per permettere un’autentica partecipazione democratica e troppo piccolo per difendersi da solo – in vista di una Unione Europea di macro-regioni a geometria variabile. Modello storicamente minoritario e perdente, e tuttavia ancora oggi discusso, nella misura in cui l’attuale architettura politica europea sta rivelando le proprie crepe.
Nel quarto capitolo, invece, si discute uno dei temi fondamentali del pensiero rougemontiano, l’amore. Il tema è tanto più problematico e degno di approfondimento quanto più
esso si discosta, almeno per come è trattato in L’Amour et l’Occident, da quella “coerenza interna” che invece segna il resto della produzione del filosofo di Neuchâtel. L’eccessivo dualismo con cui vengono presentati Eros e Agape nel volume del 1939, infatti, mal si sposa con la concezione dialettica dell’homo europeus che viene altrove sviluppata. A motivo di ciò, concorrono non solo fattori teoretici, ma anche biografici, di cui Bondi rende conto con una dovizia di particolari forse spietata, e tuttavia necessaria al fine di scandagliare a fondo una questione che per sua stessa natura travalica i limiti della stretta argomentazione razionale. Così, scoprendo le vicissitudini tormentate che accompagnarono Rougemont attraverso la tempesta del conflitto mondiale, emergono anche i nodi cruciali di un problema esistenziale e filosofico che doveva ancora essere risolto. L’approdo biografico di tale “deriva” è rappresentato dalla seconda moglie di Rougemont, quello filosofico dalle riflessioni che egli condensò soprattutto in Les Mythes de l’Amour (1967).
Il quinto capitolo è consacrato al tema dell’Occidente e alla sua storia millenaria e peculiare. Tra mito dell’origine e utopia escatologica, la cultura europea si è sempre protesa verso l’altro, perpetuamente insoddisfatta di sé e desiderosa di conoscenza e progresso, perfino nelle sue forme più invasive e violente. Il cristianesimo ha immesso in questa forma di civiltà, secondo Rougemont, la visione desacralizzata della natura e al contempo la credenza nella realtà della materia, favorendo così lo sviluppo tecno-scientifico. D’altra parte, attraverso i dogmi cristologici e trinitari, si è venuta a creare una concezione dell’uomo e delle sue relazioni in un senso ancora una volta drammatico, agonico, dialettico, tale per cui l’Europa diviene la patria delle antinomie inseparabili, e la persona il perno di questa dimensione letteralmente cruciale dell’esistenza. Lo stesso impegno ecologista degli ultimi anni della vita di Rougemont acquista il suo senso pieno se collocato in questa peculiare cornice antropologica.
Il sesto capitolo presenta infine la grande opera incompiuta e inedita di Rougemont, La Morale du But, che rappresenta il sottofondo di tutto l’itinerario intellettuale del filosofo. Damiano Bondi, beneficiando del permesso degli eredi di visionare i manoscritti e i dattiloscritti dell’opera (conservati presso il Fonds Rougemont di Neuchâtel), ne discute il contenuto e cerca di dimostrare come essa, nel suo farsi, si sia rivelata intimamente incoerente, incapace di pervenire agli obiettivi che il suo autore di era prefisso scrivendola, e perciò sia rimasta inedita. Nel tentativo, pure fallito, di delineare una nuova dottrina morale fondata sul concetto teleologico di vocazione personale, risiede un ulteriore elemento di interesse e originalità del pensiero e della figura di Denis de Rougemont. L’Appendice ribadisce l’importanza e l’attualità di questo filosofo indagandone i rapporti (concreti e ideali) con uno dei maggiori pensatori del nostro tempo, René Girard.